Intervista al dottor Giuseppe Naretto

1 – Come vi siete avvicinati alla medicina narrativa? Avete proposto altre attività antecedenti al progetto H.story?
Da circa un anno è avvenuto un cambiamento importante nell’organizzazione del nostro reparto: abbiamo aumentato a tutto l’arco delle 24 ore l’orario di visita dei famigliari. Questo ci ha avvicinato molto a loro, e grazie questa presenza quasi continua, riusciamo a conoscere meglio le persone che curiamo.
Direi che sono le storie ad aver “occupato” il reparto, più che non il contrario. Per fare questo ci siamo preparati coinvolgendo psicologi, pedagogisti, medici, e anche un regista di teatro, in un corso multidisciplinare sulla relazione,
l’identità, il ruolo.

2 – Come avete introdotto il diario anché venisse utilizzato?
Il diario noi lo usiamo in maniera un po’ particolare. Non sono i pazienti che scrivono, ma sono i loro familiari. Le nostre pagine raccolgono storie d’attesa, di speranza, di gratitudine, di conforto; ma anche di delusione, di paura, di incredulità. E’ bastato metterlo fuori dal reparto con una breve spiegazione ed è stato subito utilizzato.

3 – Come hanno reagito i famigliari all’idea di scrivere su un diario le loro emozioni, sensazioni e i loro messaggi?
Con grande naturalezza. Chi vuole scrive, quello che vuole. E’ un modo per non sentirsi soli, per condividere, oppure solo per scaricare ansia e tensione.

4 – Qual’è stato l’impatto del progetto H.story in ospedale, quali le criticità e le difficoltà nell’introduzione e quali gli effetti positivi registrati in seguito al suo uso?
L’idea è piaciuta a tutti subito. Leggiamo il diario ogni tanto, magari di notte, quando tutto è tranquillo. Condividiamo i messaggi che sono rivolti direttamente a noi e impariamo a conoscere il mondo aettivo di alcuni nostri pazienti.

5 – Pensate che un testo introduttivo sulla medicina narrativa sia utile a rendere più consapevole il famigliare dell’esistenza di questa “disciplina”, o risulti in qualche modo inutile o fuorviante?
Forse la nostra “medicina narrativa” è un po’ particolare, ma spiegare che esiste un modo più vicino al malato di fare medicina può essere utile. Credo che il passo successivo debba essere quello di condividere in qualche
modo il materiale raccolto, e magari riuscire a trarne qualche insegnamento.

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